|
DIPENDENZE PATOLOGICHE INCONTRO CON IL DOTT. VINCENZO BALESTRA
di Velia Dal Sasso
È questo il primo di una serie di incontri che le Agenzie Educative di Sandrigo hanno programmato con la Scuola dei Genitori per trattare alcuni argomenti molto interessanti. La conferenza di apertura della serata del 30 gennaio ha avuto come relatore il dott. Vincenzo Balestra, primario del SERT di Vicenza, medico e psicoterapeuta. Il tema da lui trattato è quello delle dipendenze patologiche che servirà per approfondire il problema delle tossicodipendenze che sarà affrontato anche nei prossimi incontri. Il relatore ha iniziato spiegando qual è la differenza fra la dipendenza fisiologica e quella patologica; ciò che interessa in questo caso è la seconda. L’essere umano è per sua natura dipendente: prima di raggiungere la propria autonomia, nel senso di capacità di provvedere alla propria vita, occorrono dai diciotto ai venti anni, mentre la sua vita relazionale ha inizio fin dalla nascita. Per introdurre l’argomento il dott. Balestra si è servito di grafici che rappresentano in breve le varie fasi che l’individuo attraversa per lo sviluppo della personalità. Questo ciclo vitale è caratterizzato da un alternarsi di periodi più o meno lunghi che possiamo definire di appartenenza e separazione. Cominciamo dall’infanzia. Il bambino nasce egocentrico perché, per sopravvivere, ha bisogno degli altri (specialmente della mamma nei primi mesi), ma deve imparare lentamente a separarsi da lei e mettersi in relazione anche con gli altri: padre, fratelli, nonni ecc… A tal punto i bisogni suoi si confrontano con i bisogni e le esigenze degli altri e questo genera in lui frustrazioni e difficoltà che devono essere sperimentate fin dalla prima infanzia e, se ciò non avviene, questo bambino da adulto non saprà mai mettersi in relazione, manterrà il proprio narcisismo, continuerà a pensare che gli sia dovuto tutto e subito e che gli altri siano solo al suo servizio. Poi, per chi andrà alla scuola materna ci sarà un’ulteriore esperienza di separazione, non molto gradita perché il bambino vorrebbe restare sempre nella fase di appartenenza, auto-centrato e accudito. Deve invece sperimentare lo spostamento verso gli altri per un adeguato sviluppo delle relazioni sociali. Sarà poi il momento delle scuole elementari, dell’appartenenza ad altri gruppi, ad altre associazioni, e così via. Comunque sembra ci sia una legge che regola questo dinamismo evolutivo: non è possibile separarsi da un nucleo sociale se prima non si è sperimentata l’appartenenza ricca e reale dal punto di vista affettivo (sentirsi amato, compreso). Se questo non avviene, la separazione successiva assomiglierà più ad una fuga per cercare nella nuova appartenenza ciò che non si è sperimentato nella precedente. È quanto, ad esempio, può capitare ad un adolescente o un giovane che va via di casa per convivere con un’amica; se nella famiglia d’origine non si è sentito sufficientemente amato, ascoltato, considerato, cercherà nella nuova compagna non solo una fidanzata o una moglie ma anche una figura genitoriale. È da tener presente anche che, se una madre si è dedicata totalmente al figlio concentrando tutta la sua vita in lui, al momento della loro separazione si sentirà vuota e senza significato; si tratta di una relazione patologica che non le ha permesso di trovare il giusto equilibrio tra l’amore per se stessa e quello per il figlio, impedendo così ad entrambi l’evoluzione della loro personalità. Ma per tornare sul piano pratico, reale, sono pochissime le persone adulte, mature, che si incontrano dopo aver superato le varie fasi e raggiunto l’equilibrio. Per questo il rapporto coniugale, la nascita e la crescita dei figli, la vita familiare in genere diventa una vera scuola per compiere il proprio ciclo vitale. È un apprendimento che richiede impegno, volontà, entusiasmo, capacità di ascoltare se stessi e gli altri sia nella relazione di coppia che con quella dei figli. Il risultato lento e faticoso sarà allora una maturità, un buon equilibrio e una maggior saggezza. Per concludere, qualsiasi tipo di dipendenza, sia essa droga, gioco d’azzardo, pornografia, sport, televisione, può diventare patologica quando, assorbendo completamente la nostra vita ci impedisce di: A) progredire nelle fasi del ciclo vitale B) sperimentare l’alternanza di appartenenza e separazione C) trovare un giusto equilibrio tra amore per se stessi e quello per gli altri. Per quanto riguarda il problema delle tossicodipendenze, al quale si è appena accennato (perché rimandato ad un altro incontro), è intanto importante tener presente che per creare una tossicodipendenza ci vogliono un insieme di fattori: - genetici o psicologici (fragilità personale che si manifesta con difficoltà di apprendimento, aggressività, timidezza, iperattività); - familiari (l’educazione, l’interiorizzazione delle norme, la sperimentazione dell’appartenenza affettiva ecc…); - ambientali (la presenza di un spaccio sempre più ampio e sempre più a buon mercato). La dipendenza è legata anche alle dosi assunte, alla loro frequenza e soprattutto alle motivazioni profonde collegate alla struttura della personalità. Se nella maggior parte dei casi dopo una sperimentazione più o meno lunga sono diventati tossicodipendenti quelli che hanno un IO fragile, esistono anche soggetti con personalità già strutturata che usano le sostanze per scopi ludici o edonistici. Ringraziamo vivamente il dott. Balestra per l’intervento che ha interessato il numerosissimo pubblico e lo aspettiamo per il 6 marzo, sempre in Biblioteca, dove terrà la sua conferenza conclusiva.
|